SANGALLI: ABBASSARE LE TASSE PER SOSTENERE LA RIPRESA

Intervista al presidente di Confcommercio-Imprese per l'Italia.

Presidente Sangalli, l'Istat ha rilevato che nel terzo trimestre 2016 il Prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. La crescita è dunque leggermente più veloce delle attese? E qual è la situazione attuale dei consumi interni?

«E’ ancora presto per lasciarsi andare a facili entusiasmi. Il +0,3% era atteso, almeno da noi che abbiamo sempre conservato una quota di ottimismo, ma i segnali congiunturali sono, purtroppo, ancora oscillanti e contraddittori. Mi riferisco ai dati mensili su fiducia, occupazione, produzione, consumi e inflazione. E anche sul fronte dei consumi l’ultimo dato rilevato dal nostro Ufficio Studi evidenzia ancora una perdurante stagnazione. E’ quindi evidente che per celebrare la ripresa c’è bisogno di conferme e prospettive certe, prima fra tutte la riduzione delle aliquote Irpef per sostenere la domanda interna che, per consumi e investimenti, vale oltre l’80% del Pil».

In un Paese costantemente in campagna elettorale, i vari schieramenti presentano le proprie verità circa la situazione economica, con il rischio di generare confusione nell'opinione pubblica. Qual è la sua valutazione rispetto al momento storico che stiamo vivendo?

«Siamo in una fase eccezionalmente complessa sul piano internazionale, densa di rischi e fonte di preoccupazioni diffuse. Sul fronte interno, dopo anni di crisi che ha picchiato duro penalizzando soprattutto le imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti, pesa ancora una grande incertezza. E anche se quella crisi è ormai alle spalle, oggi stiamo toccando tutti con mano, imprese e famiglie, i primi segnali tangibili di un nuovo rallentamento della nostra economia. Anche per questo, per il 2017, abbiamo rivisto al ribasso le nostre stime di crescita, dall’1,6% all’1%, e dei consumi, dall’1,7% allo 0,6%».

Al di là del taglio delle imposte sulle persone fisiche, esistono provvedimenti che a suo avviso possono determinare una vera svolta?

«Serve più coraggio e determinazione nel tagliare alla spesa pubblica improduttiva. Anche perché proprio dalla spending review si possono trovare le risorse necessarie per ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese. Da una recente analisi del nostro Ufficio Studi emerge che solo negli enti locali – Comuni, Province e Regioni – sprechi e inefficienze ammontano a ben 21 miliardi. Vanno eliminati, sarebbero tutti risparmi netti, cioè senza ridurre i servizi ai cittadini».

L'Italia ha problemi strutturali sedimentati e pertanto apparentemente inscalfibili. Vista anche la sua esperienza parlamentare, crede possibile che gli attuali meccanismi della pubblica amministrazione consentano una ripartenza del Paese?

«Eccessivo carico fiscale, burocrazia asfissiante, deficit di legalità e inefficienze della logistica sono i difetti strutturali della nostra economia che pesano come macigni determinando una perdita di competitività e produttività complessiva. E’ evidente che finché non verranno risolti questi nodi il nostro Paese, invece di correre, continuerà a camminare lentamente. Per fortuna abbiamo tutte le carte in regola per fare di più e meglio. Ma serve un forte senso di responsabilità da parte di tutti – governo, politica, istituzioni, parti sociali – per giocare bene queste carte».

Si ha l'impressione che il governo Renzi abbia realmente tentato di cambiare qualcosa, ma che ogni minimo passo in avanti incontrasse ostacoli nella macchinosità dello Stato, un apparato che produce provvedimenti che poi vengono svuotati o vanificati: un “titano” che divora le proprie creature?

«Certamente va dato atto all’Esecutivo di aver compiuto alcune scelte che vanno nella giusta direzione. Mi riferisco all’avvio della riforma della pubblica amministrazione, all’impegno di ridurre i carichi burocratici sulle imprese, ad alcune misure contenute nel Jobs Act, ad una politica fiscale distensiva e ad alcuni provvedimenti previsti nella legge di bilancio. In particolare, aver mantenuto la promessa fatta dal premier alla nostra Assemblea di giugno di evitare l’aumento dell’Iva nel 2017. Ma, vinta una battaglia bisogna vincere la guerra e speriamo davvero che il Governo, magari rinunciando a un po’ di ‘macchinosità’, riesca a trovare le risorse per disinnescare anche i previsti aumenti Iva pari a circa 43 miliardi complessivi per il biennio 2018-2019».

La riforma delle Camere di Commercio rischia di essere il solito “pasticcio all'italiana”: anziché prendere una decisione netta, si preferisce creare un limbo nel quale si sottraggono risorse ma non funzioni (un po' come avviene per le province), determinando di fatto una “morte a fuoco lento” di enti che fino ad oggi hanno promosso i sistemi imprenditoriali ed erogato sostanze, messe a frutto dai territori. Qual è la sua opinione in merito?

«I corpi intermedi hanno assicurato la tenuta di questo Paese, hanno steso una rete di solidarietà e di fiducia, hanno trasformato la protesta in proposta. Per questo ci siamo battuti per le Camere di commercio affinché, con una coraggiosa autoriforma e maggiore efficienza, rimanessero i luoghi di governo condiviso dell’economia dei territori. Abbiamo sostenuto con convinzione, talvolta in solitudine, l’esigenza di salvaguardare le risorse professionali e finanziarie delle Camere di commercio. Perché può essere anche possibile “fare di più con meno”, ma con troppo poco non si fa quasi nulla. È in gioco la tenuta delle Camere come istituzioni moderne per le imprese, perché una semplice pubblica amministrazione in più non serve a nessuno. È in gioco, insomma, un tema di democrazia sostanziale e il futuro dei territori e dell’impresa diffusa. Senza le Camere di commercio saremmo un Paese più povero, dal punto di vista istituzionale, culturale e imprenditoriale».

 

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