Riservatezza - Segretezza nel rapporto di lavoro

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 44840 del 21 dicembre 2010, ha chiarito che il dipendente che rivela segreti aziendali dopo essersi dimesso commette reato.

La suprema corte ha sottolineato che il comportamento dell’ex dipendente è da considerarsi legalmente perseguibile, non solo in ragione della sua rivelazione, ma più genericamente in funzione della sua correlazione alla volontà del lavoratore di procurare a sé o ad altri un profitto.
A prescindere dalla recente sentenza della Corte di Cassazione, il dipendente, anche in costanza di rapporto di lavoro, è tenuto al rispetto della segretezza dei valori aziendali di cui viene a conoscenza nell’ambito delle proprie mansioni.

Il vincolo alla riservatezza - segretezza è tutelato dalle norme relative alla fedeltà del dipendente (art. 2105 C.C.), della concorrenza sleale (artt.li 2598 e seguenti del C. C.) nonché della tutela dei marchi e dei brevetti (artt. 2584-2591 del codice civile e al r.d. 5 febbraio 1940, n. 244 e al r.d. 25 agosto 1940, n. 1411). Tralasciando la più specifica normativa relativa alla tutela dei marchi e dei brevetti industriali, ricordiamo che:

  • il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore né divulgare notizie attinenti all’organizzazione ed ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio (art. 2105 CC);
  • compie atti di concorrenza sleale chi […] si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente (art. 2598 C.C.).

 



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